Cordoni

(Presentazione al catalogo della mostra “Il sogno di Afrodite”, Sala Grasce del Chiostro di Sant’Agostino, Pietrasanta 2007)

ATTRAVERSANDO IL SOGNO DI AFRODITE

Classicità ed invenzione nella scultura di Renzo Maggi
Di Giuseppe Cordoni

Divino è il sigillo che la Bellezza
imprime sulla forma delle cose
e nel cuore dell’uomo.
Perché una nostalgia d’assoluto
mai smetta di attraversarlo

G. C.

 

Dinnanzi alla maestà d’una montagna

Alla Rotta, nome che evoca la violenza di secolari e devastanti alluvioni, appena fuori di Pietrasanta, deviato dalla volontà del grande Cosimo I dei Medici, il fiume subisce una sterzata a gomito che ne squaderna lo spettacolo sulla montagna che, oltre gli argini, lo sovrasta. Negli asciutti mattini d’inverno, v’è un’ora in cui una luce diamantata scolpisce la struttura di un’immaginifica cattedrale? Perché tale, da qui, ci appare l’Altissimo nella sua solitudine vertiginosa. Quando l’ombra dei fianchi dirupati incide la roccia viva in perfette simmetrie di volumi e figure addormentate. Di che stupirci se fu proprio la fantasia michelangiolesca qui a restarne stregata? Provo a supporre quale altra festa della mente anche un Cézanne avrebbe saputo cavarne, se come dinnanzi al suo Mont Sainte Victoire, avesse avuto la ventura di contemplarlo.

Regalità dà una vetta incantata nel suo silenzio e voce mitica del fiume che sgorga dalle sue viscere. Un nome e la sua terra: il Versilia e “la Versilia”, di marmo e d’acqua. Stabilità e mutamento, il maschile e il femminile congiunti nell’emblema d’un paesaggio. Persistere e partorire. Le lisce pareti che si tuffano temerarie nell’azzurro, e materne le mani della corrente che plasmano ciottoli dolci. Un lavoro perenne dell’acqua che insegue la forma più pura. Tenacia e pazienza degli stessi elementi naturali, la cui azione qui già sembra prefigurare quella che è stata la vocazione estetica prioritaria di questa terra: esprimere in ogni tempo l’anima della scultura.

Quell’anima plastica che accende, ispira e sostiene l’onesta e appassionata ricerca di Renzo Maggi. Versiliese, scultore dal marcato volto etrusco e dalle mani tenaci. Che sanno confrontarsi in diretta con la pietra, aggredirla e carezzarla sino ad esaltarne  l’anima terrestre, sino a piegarla alle invenzioni delle sue forme sognate. Per decenni, egli si è spostato per l’Europa, come un esule che ancora insegua un suo miraggio di classica beltà mitigatrice in un tempo che la nega persino nel ricordo. Sempre portando dentro di sé il viatico della sua prima iniziazione d’artista: l’amore viscerale per il marmo e le sue luci segrete. Sempre ubbidendo a quel rigore del modellato, a quell’esprit de finesse esecutiva che ancora è riuscita ad educare le mani dei maestri versiliesi della sua generazione. Sempre filtrando le più atroci dissonanze dell’altro secolo e la sua insostenibile brutalità, ancora una volta attraverso l’inesauribile modulazione simbolica degli archetipi del mito classico.

Per seguitare ad alimentarsene, egli non poteva continuare a vivere in qualche asettico e ordinatissimo, elvetico suburbio urbano. Troppa acuta era la nostalgia per queste sue radici. La sua arte, come una perla, per poter granire, doveva riappropriarsi del guscio creativo più consono al proprio sviluppo. E quale poteva essere migliore di quello che  Renzo Maggi, da una decina d’anni, ha ritrovato qui, alla Rotta, in questo suo studio addossato  proprio all’argine del fiume, dinnanzi all’Altissimo che, amoroso e materno, lo sorveglia.

Tornando sulle tracce di Afrodite

Le quattordici opere qui esposte da Renzo Maggi nella Sala delle Grasce, bene incarnano lo spirito di questo suo ritorno  alla matrice originaria della sua formazione di scultore versiliese. Eros e marmone costituiscono il primo ed inscindibile binomio. Il corpo rosato d’una dea e il cuore più puro del marmo. La sua memoria di ragazzo ne è rimasta per sempre meravigliata. Nei vecchi studi pietrasantini dove Renzo ha appreso i primi rudimenti del mestiere, senza scontrarsi, convivevano figure sacre e profane.

Vedeva dai  bianchi blocchi fiorire  drammatiche  Vie Crucis accanto a grandiangeli consolatori. Dolcissime Madonne con Bambino  e austere sembianze di santi. Ma dove veramente si misurava la mirabile perizia  dei traduttori-copisti era soprattutto nei corpi vagheggiati di Afrodite. Da Prassitele a Canova, quello che è stato l’emblema universale della bellezza  diventava il banco di prova delle mani più felici. Era sull’ideale, persistente e cangiante al tempo stesso, di un eros scolpito attraverso i millenni che esse erano chiamate  a cimentarsi. Lì, fra il canto ritmato degli scalpelli e nubi di polvere bianca, quale corpo più avvincente della dea dell’amore emergeva a sedurre il suo sguardo adolescente? E come dimenticare quel docile candore della pietra che si piegava si a farsi luminescente riflesso di carne viva

Evocando dal buio del ricordo

Ogni scultore ancora degno di questo nome non può non sentire nel materiale che predilige la via maestra attraverso la quale  egli entra in comunione con il corpo stesso del mondo. Dinnanzi alla cristallina perfezione del marmo, come ignorare quale straordinario vettore di bellezza la natura metta a sua disposizione per dar consistenza e figura a sogni ed emozioni?

Allo stesso tempo, come non sgomentarsi dinnanzi alla portata dello scempio che, irreversibilmente, devasta e sfigura questo nostro pianeta?

Ecco, proprio attraverso quest’ inguaribile nostalgia di Afrodite, Renzo Maggi trasfigura un suo ideale di beltà martoriata. Nella misura dei classici dai Greci al Canova, la dea dell’eros, quante volte incarnandosi nel marmo, è apparsa come un antidoto alla brutalità devastatrice che alberga nel cuore umano. Ora, in questa nostra brutale post-moderna aridità, Maggi  immagina che sia la stessa Afrodite, dal suo sogno, ad invocarlo. Scolpiscimi ancora, – lo supplica senza stancarsi. – Scolpisci un’icona di grazia che è sfumata dai vostri così tetri orizzonti quotidiani.

È una preghiera che risale da remote e mitiche regioni del ricordo. Balena per visioni cangianti e inafferrabili come quelle che abbiamo in sogno. Ciò che Maggi si sforza di afferrare, non è  mai l’integrità, il tutto tondo delle figure che la dea gli suggerisce, tradotte  in una statica consistenza reale. Quale quasi insormontabile distanza lo separa (e ci separa!) ormai dal suo giardino smarrito. Cosicché  non può darsi, per lui,  che una dinamicissima poetica del frammento. Subitamente evocata, colta in un istante del suo mutevole apparire, ogni sua  mutila figura addensa un significato poetico che la trascende e che rimanda ad un’intima esigenza di completezza tanto agognata quanto ormai improbabile.

Le risorse espressive d’uno stile.

La plastica mobilità con cui questi scorci di corpi favolosi irrompono dalla pietra, si manifesta in una sintesi che si avvale di un’incredibile varietà di registri espressivi. Pertanto, come ad inseguire l’urgenza con la quale essi balenano alla mente dell’artista, Maggi quasi sempre li scolpisce  senza prendere i punti da un modello. Aggredisce, infatti, il blocco in diretta, procedendo con il classico in levare, con una giustezza tecnica in grado di piegar la materia sino alla forma e ai valori tattili desiderati. Capita, allora, che la sapienza dell’anima del marmo conviva con la sintesi d’un consapevole sincretismo formale  che  agglutina efficacemente stilemi classici con gli esiti più innovativi della scultura d’oggi. Di volta in volta, si dà il caso che la più grezza buccia di madre cava coesista con canoviane modulazioni d’una pelle viva. Al ritmo delle femminee movenze d’antiche veneri (Nostalgia di  Afrodite), s’accompagna l’irruenza d’improvvise torsioni michelangiolesche (La sorpresa di Vulcano). La magnifica rivelazione della nudità che tanto ci sorprende in Modigliani, permane qui come omaggio ad un bisogno di luce (Risveglio di Afrodite). Dinnanzi ad una riemergente barbarie estetica di massa, quello di Maggi ci appare come uno sguardo trasversale sul passato. Viva sintesi d’un riassunto formale nel quale egli manifesta la persistenza e la precarietà di un’aspirazione irrinunciabile all’armonia.

Fra  pretendenti e rivali: il potere regale di Afrodite

Ma ciò che meglio caratterizza la sua essenza di scultore all’antica  è quella perfetta consonanza che, in ognuna di queste opere esposte, sempre si registra fra soggetto rappresentato e materiale prescelto. Ben lo si percepisce già nelle molteplici anime, umori ed apparenze della dea dell’amore. Innanzitutto nell’erotico – estatico abbandono del suo volto dormiente. Ad emergere dal sogno non che questo suo viso attraversato da un languore infinito. Questa bocca semischiusa in un sospiro di rapita dolcezza, queste onde di capelli che ne moltiplicano il palpito come un mare. È il prodigio d’una lenta levigatura a pelle d’uovo a generare dalla cristallina porosità d’uno statuario carrarese questi stupefacenti effetti chiaroscurali (Il sogno di Afrodite).

Altrove è, invece, una alabastrina luminescenza a riverberarsi da una quasi sagoma del suo corpo mutilo della testa e delle braccia. Parvenza d’una divina nudità adolescente, quasi un calco ridotto della mitica Venere di Milo. O una sua citazione, discretamente evocata in un ritaglio di bassorilievo dallo spessore minimo: una lastra di rosa Portogallo, trafitta da riflessi evanescenti, appena modulata nei piani rarefatti da troppa lucentezza,  compresa entro spigoli acuti che la rendono a noi così lontana e inafferrabile (Nella  luce segreta di Afrodite).

Di certo le virtuosità espressive della materia rispondono soltanto a chi le ama. Quanto più le si addomestica ad una ricerca instancabile.  Basta vedere in che modo la calda e dorata sontuosità d’un giallo di Siena qui si esalti per meglio esprimere tutta l’ebbrezza d’un Dioniso innamorato. Ad inebriarlo, a sedurlo, a renderlo nello stesso istante più lucido e fuori di senno, non più né il vino, né il nettare degli dei. Quanto, invece,  l’amore di Afrodite. E come sempre accade in ogni vertigine amorosa, i sensi ed il cuore si esaltano nel più acuto dei contrasti fra buio e luce. Sotto la maschera del dio travolto dal desiderio, Maggi plasma l’incandescente metamorfosi della percezione dionisiaca. Plasma una bocca solare che canta e grida, o che invoca e dispera. Plasma uno sguardo stravolto che si biforca in una contrapposta direzione.

Uno sguardo che, all’istante, si sporge sul tutto e il niente. Un occhio incantato  o accecato. L’oltre a portata di mano, o la realtà che finisce abolita da troppo ed indomabile fulgore. Verità e inganno, sempre pronti a illuminarci o a sedurci… Mentre lei, Afrodite che semina bellezza, nelle mani pazienti  del suo ultimo umile servitore versiliese, non si arrende all’evidenza del brutto che ormai dilaga. Perciò ella non si stanca mai d’inaugurare altre scaramantiche aurore. Come quella in cui Maggi – nell’opera esemplare più recente – la immagina al suo risveglio. Anche questa volta nell’estasiante candore d’un marmo carnicino  come quello che ancora alberga in qualche riposto filone della Cava delle Cervaiole. Un marmo  dalla grana finissima ecipriata. L’unico  ancora degno di reggere all’innocenza di un’alba omerica in cui seguiteranno a svelarsi mitiche dita di rosa. Un marmo dell’Altissimo, s’intende…

Pietrasanta,
10 marzo 2007

GIUSEPPE CORDONI